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Massimo Festi - Matteo Farolfi

UNUSUAL

Al di qua e al di là dello specchio, si potrebbe dire. Le due serie di ritratti alla base delle installazioni di Matteo Farolfi e Massimo Festi si rapportano come due facce della stessa medaglia: sono figure che si presentano come esempi estremi dell’identità contemporanea, ipotesi prodotte dalla stessa pratica di riscrittura dell’esistente resa possibile, e pensabile, della manipolazione digitale, una tecnologia che come sempre non si limita ad essere applicata ma influisce a sua volta sui propri soggetti. L’identità non si limita più a essere rappresentata attraverso la lavorazione dell’immagine: l’identità è quella lavorazione, simulazioni cangianti con cui ci si presenta ogni volta in modo differente, basti pensare al camaleontismo di un Matthew Barney. Da un lato le trasparenze di Matteo Farolfi, volti ibridi tra l’inorganico e il naturale che sono pellicole pronte ad essere applicate sulla viva pelle. Interessato ad amalgamare suggestioni formali, scenografie e oggetti provenienti da culture differenti, Farolfi allude a nuovi tipi di catalogazione, quasi si trattasse di impostare un bestiario. Il compromesso con l’oggetto e la dipendenza dai feticci producono figure che restano incastrate nelle proprie maschere come fossero prigioniere di mimetismi sociali e culturali. C’è la cultura grafica dell’immagine pubblicitaria, levigata, esasperatamente curata nei minimi dettagli, che viene però curvata su se stessa e portata al collasso: le immagini diventano esangui, perdono in concretezza, si smaterializzano quel tanto che basta per essere inafferrabili ma allo stesso tempo persistenti e pervasive. Maschere che fluttuano e sprigionano odori industriali in una stratificazione che diventa ambiente.
Dall’altro lato, l’installazione di Massimo Festi svela un senso di smarrimento profondo e di solitudine. I segni di un interno domestico ambiguo, quasi una dark room, con i ritratti impaginati come specchi, la carta da parati, le luci basse, rimandano a una dimensione di decadenza ostentata in cui sono incorniciati i sintomi di un’incontrollabile patologia. Forse si tratta del frutto di una debolezza morale drasticamente rimossa, che porta ad abbandonarsi ai vizi guadagnando invece solo i germi della follia. In questo che sembra il luogo dove la deviazione viene covata, si trovano tracce di una nostalgia morbosa per l’innocenza perduta ma anche imprevedibili fragilità, come quella di un’icona negativa che è allo stesso tempo l’autoritratto dell’artista, una messa in scena che suscita curiosità psicanalitiche. C’è un’aria da backstage, un dietro le quinte della vita sociale dove non possono più essere nascoste certe pulsioni autodistruttive.
Sono volti e maschere dai confini incerti, attori e spettatori di un teatro forse inusuale ma certo non impossibile.

Massimo Marchetti (2010)

Galleria del Carbone, Ferrara.

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xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxun rigraziamento per le foto a Rossella Dimichina e Leonardo Bettoli. xxxxxxxxxx

massimofesti © 2010