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Inusuale ma non impossibile.

L’identità non si limita più a essere rappresentata attraverso la lavorazione dell’immagine: l’identità è quella lavorazione, simulazioni cangianti con cui ci si presenta ogni volta in modo differente, basti pensare al camaleontismo di un Matthew Barney. l’installazione di Massimo Festi svela un senso di smarrimento profondo e di solitudine. I segni di un interno domestico ambiguo, quasi una dark room, con i ritratti impaginati come specchi, la carta da parati, le luci basse, rimandano a una dimensione di decadenza ostentata in cui sono incorniciati i sintomi di un’incontrollabile patologia. Forse si tratta del frutto di una debolezza morale drasticamente rimossa, che porta ad abbandonarsi ai vizi guadagnando invece solo i germi della follia. In questo che sembra il luogo dove la deviazione viene covata, si trovano tracce di una nostalgia morbosa per l’innocenza perduta ma anche imprevedibili fragilità, come quella di un’icona negativa che è allo stesso tempo l’autoritratto dell’artista, una messa in scena che suscita curiosità psicanalitiche. C’è un’aria da backstage, un dietro le quinte della vita sociale dove non possono più essere nascoste certe pulsioni autodistruttive.
Sono volti e maschere dai confini incerti, attori e spettatori di un teatro forse inusuale ma certo non impossibile.
Massimo Marchetti (dal testo in catalogo della mostra "UNUSUAL", Galleria del Carbone, Ferrara 2010)

 

massimofesti © 2007