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NONSONOMAISTATAUNABAMBINA
Performance di Giovanna Lacedra con Massimo Festi.

Maschera e progetto fotografico: Massimo Festi
Progetto performativo e testi: Giovanna Lacedra


" Nascondi ciò che sono
e aiutami a trovare la maschera più adatta
alle mie intenzioni"
[William Shakespeare]

Una bambina entra nel suo cerchio magico.
Sul pavimento, un album da disegno e delle matite colorate.
La bambina si inginocchia, apre l'album, prende le matite e inizia a disegnare. Disegna il sole in cielo, ma è per metà nascosto da una grande nube. Disegna una donna, un uomo ed una bimba tra loro. Poi, all'improvviso, con un gesto nervoso e violento cancella, scarabocchiandovi sopra, la figura del sole e quella del padre. Quindi si solleva, prende l'album spalancato sul disegno e lo deposita nel cerchio vuoto tracciato accanto al suo.
Resta così, in piedi, ieratica e immobile. Prima le braccia corrono rigide lungo i fianchi, poi la bambina porta lentamente le mani sul volto... e lo copre. Si nasconde. Per paura o per vergogna. Per paura e vergogna. E non saprà mai se è la paura a vincere sulla vergogna o viceversa. Sa, invece, che entrambe hanno vinto su di lei. E vinceranno ancora.
Resta sola. A guardare il mondo dal suo angolo più buio. Mani coprono occhi. Mani inventano notti. Mani dimenticano. Mani cancellano il suo viso. Mani plasmano un volto nuovo. Una nuova identità. Una maschera di avvenenza che accompagnerà nel mondo l'anima ferita della donna che sarà.
La bambina è immobile. Ferma nel suo cerchio magico. Non guarda, non sente. Si è chiusa, come una noce. A passo lento le si avvicina una donna. Tacchi a spillo e una maschera di cieli ricamati sul viso. Reca in mano una pagnotta sventrata e una clessidra. Si china davanti alla bambina e posa la pagnotta ai suoi piedi, fingendo pane a quella fame lontana che meritava invece null’altro che amore. Poi mette la clessidra al centro, tra i due hula hoop, e si posiziona nel cerchio magico attiguo al suo. Le si affianca, dritta e ferma, le braccia lungo i fianchi. La guarda, cerca i suoi occhi. Ma la bambina non li ha più. Dormono vuoti, dietro la prigione delle sue mani. Non vuole sapere quale donna diventerà. Non crede più allo sguardo buono e amorevole dell’altro. I grandi sono subdoli. I grandi non ti accolgono. I grandi hanno paura di essere grandi. Per questo ti distruggono.
La donna vorrebbe conoscere la bambina che è stata. Ma questa è marmorea. Distante. Abbassa allora lo sguardo… e si accorge di un album da disegno lasciato sul pavimento. La storia vera comincia da lì. Da un’immagine disegnata e poi cancellata. Da una verità inascoltata. Quella di una madre, di un padre, di un sole, di una bambina. E di un vuoto improvviso. La donna lo guarda. Ma non vede né sole né padre. Soltanto solchi. Soltanto segni come graffi, rabbiosi e incisivi, a raschiare la piaga più vera.
E tutto è fissità.
La donna, nel suo cerchio ieratica, lo sguardo verso il basso, commosso sul disegno.
La bambina, nel suo cerchio ieratica, lo sguardo sottratto al mondo, alla verità delle cose, dietro mani rigide.
Pane vuoto. Amore negato.
Quando dal bosco delle ombre giunge a interporsi fra loro una nera presenza: LA PAURA.


NONSONOMAISTATAUNABAMBINA è un discorso performativo sull’infanzia abusata.
Perché l’infanzia non è semplicemente età anagrafica. È paesaggio interiore. È fede. Innocenza. Stupore. Fame d’amore. Bisogno di protezione e rassicurazione. Fiducia nell’adulto. Magia delle cose. Sapore della vita. Luce. Emozione. Sorriso.
L’infanzia abusata è negazione di tutto questo. E i modi per violare l’innocenza, per fare in modo che un bambino smetta di essere bambino, sono innumerevoli.
Io non sono mai stata una bambina.
A scuola dicevano che ero pigra e distratta, ma quando mi domandavano se avevo capito riportavo una descrizione cavillosa delle nozioni appena ascoltate. Non ero necessariamente distratta. Né ero meno intelligente degli altri. Semplicemente, mi sentivo distante. Semplicemente, ero andata a vivere su un’altra stella, oltre la mia maschera. Avevo cercato un luogo dove potermi inventare la vita. Smettendo di essere la bambina-soprammobile, silente, matura e indisturbante che faceva così comodo a tutti.
“Sembra molto più adulta rispetto all’età che ha…”
No.
Io non ero matura, io non ero cresciuta. E soprattutto, non ero adulta.
Io volevo soltanto essere una bambina.
Ma non c’è stato tempo.

(Giovanna Lacedra | Nonsonomaistataunababina | 2014)


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Performance e mostra a Palazzo Pirola (Gorgonzola MI), Galleria Biffi Arte (Piacenza) , 2014.

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